Il profilo giuridico della microimpresa domestica alimentare.

Le microimprese domestiche del settore alimentare sono una realtà nuova e ancora pressoché sconosciuta in Italia. Per questo motivo è importante definirne l’identità sotto vari aspetti. Abbiamo finora visto cosa possono fare le microimprese domestiche: quali alimenti si possono produrre nell’abitazione privata, a chi si possono vendere, quali locali utilizzare per la produzione.

Con questo articolo affrontiamo il tema della definizione del profilo giuridico della microimpresa domestica del settore alimentare. Passaggio fondamentale per le ricadute che questo ha sulla fiscalità e sulla gestione dell’attività produttiva. Proviamo così a chiarire anche tutta una serie di dubbi, e rispondere a domande che chi ci scrive ci ha posto di volta in volta.

Iniziamo col dire che la microimpresa domestica alimentare è un’attività di lavoro indipendente. Questo significa che iniziare a produrre alimenti fatti in casa in regola dipende dall’iniziativa del singolo che decide di auto-impiegarsi, creandosi un lavoro attraverso la propria opera, abilità, in un’ottica a tutti gli effetti imprenditoriale, anche se si tratta di una micro-attività produttiva.
Dal punto di vista della normativa di settore, la microimpresa domestica è una piccola impresa inquadrabile nel settore artigianato.

Secondo l’art. 2083 del Codice Civile nei piccoli imprenditori rientrano gli artigiani.

Ma, attenzione, la legge quadro sull’artigianato – Legge 8 agosto 1995, n. 443 – stabilisce che l’artigiano è colui che svolge l’attività “in misura prevalente, anche manuale, nel processo produttivo.” . Questo significa che se ho già un lavoro, devo valutare quanto incide il primo e quanto il secondo.

Per esempio, se ho un rapporto di lavoro dipendente a tempo pieno e l’attività domestica la svolgo nel tempo libero, è chiaro che l’impegno principale è quello da dipendente e quindi mi manca un requisito per essere artigiano. Sarò comunque imprenditore.

Se, invece, sono disoccupato il lavoro domestico sarà il mio lavoro e potrà essere considerato il principale.

Se, infine, ho un impiego part-time posso far risultare il mio lavoro domestico quale principale se il part-time non supera il 50% dell’orario settimanale risultante da contratto collettivo.

Se come microimprenditore per metà tempo ho un’altra attività d’impresa, e per l’altra metà tempo conduco la mia microimpresa domestica, in questo caso la microimpresa domestica non può essere artigiana, in quanto manca il requisito importante previsto dalla legge quadro sull’artigianato. Inoltre, se ho già una partita IVA per attività individuale non posso avere una seconda partita IVA. In questo caso si dovrà prevedere una estensione dell’oggetto, cioè delle attività svolte. Se invece sono socio di una società, la partita IVA è della società. In questa ipotesi posso aprire una partita IVA.

E’ bene comunque valutare sempre ogni singola situazione.

La microimpresa domestica va iscritta alla Camera di Commercio, almeno per ora, perché tra le riforme in discussione c’è appunto l’abrogazione di quest’obbligo. Su questo punto daremo prossimamente degli aggiornamenti.

Il microimprenditore è un piccolo imprenditore, ossia una figura giuridica come tutti coloro che svolgono attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei familiari. Secondo l’Unione Europea, in sintesi, una microimpresa è definita come un’impresa il cui organico sia inferiore a 10 persone e il cui fatturato o il totale di bilancio annuale non superi 2 milioni di euro.

Il piccolo imprenditore può fallire, con tutte le conseguenze del caso? La legge fallimentare stabilisce limiti molto ampi oltre ai quali si può essere considerati falliti. Due di questi, per esempio, prevedono che nei tre anni precedenti al fallimento ci siano ricavi superiori ai 200.000,00 Euro e un ammontare di debiti superiori ai 500.000,00 Euro. Il terzo fattore da considerare secondo la legge è legato all’attivo patrimoniale che, sempre nei tre anni precedenti, deve superare i 300.000,00 Euro. Tutti e tre devono verificarsi insieme. Quindi il fallimento per un microimprenditore è assai difficile.

Chi vuole produrre e vendere alimenti fatti in casa in modo occasionale, non può essere considerato un lavoratore autonomo dal punto di vista giuridico e quindi non può svolgere lavoro autonomo occasionale applicando la corrispondete disciplina fiscale. Infatti, come abbiamo visto nei punti precedenti, è considerato imprenditore. Ciò non significa che non si possa svolgere lavoro occasionale al di fuori dell’esercizio d’impresa. Cioè, se io produco alimenti nella mia impresa domestica è attività imprenditoriale. Ma se io occasionalmente mi reco presso privati per cucinare, quindi metterò a disposizione le mie conoscenze professionali e non una organizzazione, ancorché minima, imprenditoriale, posso rientrare nella prestazione occasionale.

La microimpresa domestica che produce occasionalmente o a tempo parziale, per quanto detto più sopra, viene inquadrata dal punto di vista giuridico come impresa.

Benché la microimpresa domestica sia esercitata con strumenti modesti e senza necessariamente ricorrere al lavoro altrui, è un’attività organizzata, perciò la normativa e la giurisprudenza danno un indirizzo al di là di ogni altra interpretazione. Ciò non significa che quanto indicato sopra non sia corretto, ma va contestualizzato alla situazione. Per quello che ci interessa la microimpresa domestica rientra nell’attività d’impresa e non di lavoro autonomo occasionale, come confermato anche dal punto successivo.

La microimpresa domestica del settore alimentare è considerata attività d’impresa a tutti gli effetti: vedi Regione Piemonte – D.D. 15 ottobre 2012, n. 692 – Linee indirizzo controllo microimpresa alimentare:
Da questo documento estraiamo la seguente definizione: “di definire, quale campo di applicazione del documento allegato, le microimprese come di seguito definite:

– imprese del settore alimentare caratterizzate da un numero di addetti alle lavorazioni non superiore a 5 unità;
– imprese che, con numero di addetti comunque inferiore a 10, presentino caratteristiche che le rendono assimilabili alle microimprese quali: operatività in ambito locale (provincia sede dell’impresa e province limitrofe), proprietario singolo o costituito da un piccolo gruppo di persone, gestione in capo al proprietario e nessun collegamento a grandi aziende e/o alla grande distribuzione organizzata.”.

Infine, occorre fare attenzione a non confondere la denominazione «piccola e media impresa» (PMI) con la definizione data dal codice civile a proposito del «piccolo imprenditore». La prima è una classificazione di tipo economico, la seconda identifica uno «status» giuridico (vedi: “Mettersi in proprio. Una guida per fare impresa”, a cura di Unioncamere). La microimpresa domestica del settore alimentare è tale da un punto di vista economico, ma non giuridico. Cioè: dal punto di vista giuridico il microimprenditore è un «piccolo imprenditore», dal punto di vista economico ha una sua microimpresa, così come definita dall’Unione europea. Perciò, dal punto di vista fiscale, lo status giuridico di “piccolo imprenditore” non ha nessun effetto sul regime fiscale da adottare, in quanto, per definire questo, si tiene conto dei livelli di reddito della sua microimpresa domestica.

 

In sintesi:
➡ La microimpresa domestica alimentare è un’attività di lavoro indipendente.
➡ La microimpresa domestica alimentare è una piccola impresa inquadrabile nel settore artigianato, se il microimprenditore svolge l’attività “in misura prevalente, anche manuale, nel processo produttivo.”. Se non si dà questo caso, la microimpresa sarà comunque inquadrabile come impresa.
➡ La microimpresa domestica alimentare è considerata attività d’impresa a tutti gli effetti.
➡ La microimpresa domestica va iscritta alla Camera di Commercio, almeno per ora.
➡ Il microimprenditore da un punto di vista giuridico è un piccolo imprenditore.
➡ Il fallimento per un microimprenditore è assai difficile dal punto di vista giuridico.
➡ Chi vuole produrre e vendere alimenti fatti in casa in modo occasionale, non può essere considerato un lavoratore autonomo dal punto di vista giuridico. La microimpresa domestica rientra nell’attività d’impresa e non di lavoro autonomo occasionale. Tuttavia si può svolgere lavoro occasionale al di fuori dell’esercizio d’impresa.
➡ La denominazione «piccola e media impresa» (PMI) è una classificazione di tipo economico.
➡ La definizione data dal codice civile a proposito del «piccolo imprenditore» identifica uno «status» giuridico.

 

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