A proposito di Home Restaurant

Il recente caso riportato su La Repubblica – Torino circa il blitz del Carabinieri dei N.A.S. presso l’abitazione di una “chef casalinga”, come l’ha definita la giornalista, ripropone all’attenzione il tema della produzione e vendita di alimenti fatti in casa. Aldilà dei sensazionalismi mediatici, l’episodio ci serve per avanzare con la giusta riflessività alcune considerazioni.

Riproponiamo in termini costruttivi l’analisi di un fenomeno che ci riguarda, in quanto come Associazione siamo impegnati in prima linea ad affermare la possibilità di produrre e vendere cibi fatti in casa a norma di legge.

Produrre cibi fatti in casa con i necessari requisiti igienico-sanitari per garantire sicurezza alimentare e rispetto delle leggi, si può?

La risposta, ancora una volta, è: sì, si può!

Ma la vera domanda da porsi è:

in base a quale normativa?

e a quali condizioni?

Rispondiamo alla prima domanda e mettiamo un punto fermo per affrontare la discussione:

l’unica normativa che fa riferimento ad una produzione e commercializzazione di alimenti preparati nell’abitazione privata è il “REGOLAMENTO (CE) N. 852/2004 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 29 aprile 2004 sull’igiene dei prodotti alimentari”. Nell’Allegato II – Capitolo III, il dispositivo parla esplicitamente di “locali utilizzati principalmente come abitazione privata ma dove gli alimenti sono regolarmente preparati per essere commercializzati”.
Perchè diciamo che è questa la normativa a cui fare riferimento per avviare un’attività di produzione di alimenti fatti in casa legale? Perchè i Regolamenti europei, in base alla sentenza della Corte costituzionale n. 170 del 5-8 giugno 1984 che ha sancito la prevalenza del Diritto comunitario su quello dei singoli Stati, sono applicabili direttamente nei Paesi dell’Unione Europea e non necessitano di leggi nazionali di recepimento. Hanno valore generale, e sono obbligatori in tutti i loro elementi. Perciò le autorità pubbliche degli Stati nazionali sono tenute a rispettarli. Questo significa che, anche per l’Italia, è questa la normativa che “detta legge” sulla produzione di cibi preparati nell’abitazione privata. “Detta legge” alle autorità pubbliche nazionali e locali, “detta legge” al singolo cittadino che vuole fare della produzione alimentare in casa un’attività d’impresa che produce beni da vendere a terzi.
A questo punto occorre dire – o meglio da parte nostra ripetere – che questa parte specifica del Regolamento in Italia, non è stata adeguatamente applicata dal punto di vista pratico. Le autorità nazionali e locali competenti non hanno finora concordato delle Linee-guida per l’applicazione. In termini concreti vuole dire che le autorità non si sono mai espresse per indicare ai cittadini intenzionati a fare questo tipo di produzione alimentare, quali fossero i requisiti strutturali, formativi, amministrativi necessari perché la loro produzione rispettasse i principi igienico-sanitari dettati dalla regolamentazione europea.

Per essere, quindi, più precisi: non esiste un vuoto normativo. Semmai esisterebbe un vuoto applicativo della regolamentazione europea in Italia.

Il cittadino italiano, perciò, può richiedere l’applicazione del Regolamento europeo in qualsiasi regione italiana e aprire una sua attività di produzione di alimenti fatti in casa, attrezzando alcuni locali della sua abitazione (cucina, bagno e antibagno/disimpegno), per applicare le disposizioni igienico-sanitarie previste dall’Allegato II, Capitolo III del Reg. CE 852/2004.

Come Associazione noi proponiamo una prassi da seguire che consente di compensare il vuoto applicativo che attualmente esiste.

È questo che ha permesso la nascita delle microimprese domestiche associate che sono sottoposte alla vigilanza delle autorità sanitarie perché presentano regolare notifica sanitaria. Producono alimenti sicuri dal punto di vista igienico. Applicano le normative amministrative e fiscali in vigore.

I nostri microimprenditori assicurano così una corretta concorrenza di mercato e la sicurezza alimentare dei loro prodotti, nel comune interesse della salute dei loro clienti.

È proprio la conoscenza e il corretto utilizzo della normativa l’elemento innovativo che distingue il progetto di ‪Cucina Nostra‬ – A.P.S. rispetto ad altri simili nel medesimo settore.

E veniamo alla seconda domanda:

se si possono produrre e vendere alimenti fatti in casa, a quali condizioni?

Prima di tutto va detto che il Regolamento europeo 852/2004 prevede solo la produzione e la commercializzazione degli alimenti, non la somministrazione. Questa è l’interpretazione data in Italia da parte delle autorità sanitarie.

Da ciò consegue che si possono produrre alimenti fatti in casa, ma si possono solo vendere, adeguatamente confezionati, rispettando le normative europee sull’etichettatura e la tracciabilità degli ingredienti.

Realtà come gli home restaurant (ossia ristoranti aperti da privati a casa propria, in cui si ammettono persone estranee al nucleo famigliare, i cui pranzi e cene vengono pubblicizzati e pagati tramite piattaforme appositamente nate sulla rete), perciò, forniscono una prestazione non consentita dal Regolamento europeo. In questo caso possiamo parlare di “vuoto normativo”, almeno per la parte riguardante la somministrazione.

Detto questo, riteniamo però di dover sottolineare che gli home restaurant, o quelli che vengono definiti “hobbisti del cibo”, rappresentano produzioni a tutt’oggi informali. Infatti, se non applicano i requisiti previsti dal Regolamento europeo, offrono cibo a “terzi” non garantito dal punto di vista igienico-sanitario e non sottoposto al controllo delle autorità sanitarie, mettendo in questo senso a rischio la salute dei consumatori. Inoltre, praticano, di fatto, una sleale concorrenza di mercato, proprio perché non si sottopongono alle leggi generali che tutti gli altri imprenditori del settore alimentare sono chiamati a rispettare.

 

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