Una microimpresa domestica alimentare non si improvvisa

Ripubblichiamo volentieri un articolo di Mary Rimola apparso sul blog Dolciconme il 22 ottobre 2014: “Una microimpresa domestica non s’improvvisa". Notiamo che un buon numero di persone interessate ad avviare una produzione di alimenti fatti in casa a norma di legge, esprime la convinzione che questa attività possa facilmente essere intrapresa e gestita. 

Magari dando per scontato che, essendo una produzione che si può svolgere tra le quattro mura di casa, tutto possa essere semplice, tanto si sa cucinare, lo si è già fatto e lo si fa per amici, parenti, conoscenti.E che basti un approccio veloce ad ASL, Agenzia delle entrate, sistemare alla bell’e meglio la propria cucina e tutto può prendere il via velocemente, tanto il Regolamento europeo 852/2004 lo permette.

Ebbene questa visione riduttiva e semplicistica non ha nulla a che fare con la realtà ed è importante, dal nostro punto di vista, richiamare l’attenzione sulle questioni fondamentali e cruciali alle quali bisogna prestare attenzione quando si decide di iniziare una produzione di alimenti fatti in casa secondo le regole igienico-sanitarie vigenti.

Avviare una microimpresa domestica nel settore alimentare è una scelta importante. Sia per quello che comporta prima, sia per quello che verrà dopo averla fatta.

Una microimpresa domestica non si improvvisa.

Voglio porre l’attenzione su alcune questioni fondamentali che stanno alla base di questa scelta.

1) La salute degli altri.

Nessuno dubita sul fatto che quando noi cuciniamo per i nostri famigliari facciamo di tutto perché gli ingredienti che utilizziamo e i cibi che prepariamo diano dei benefici e mantengano in salute i nostri cari. Ma produrre per vendere degli alimenti a persone diverse dal nostro nucleo famigliare richiede di assumere una diversa responsabilità.

Le persone che vogliono comprare i nostri prodotti si aspettano dei cibi che li facciano stare bene, curati nella qualità e nel processo di lavorazione che ha il suo valore aggiunto proprio nel “fatto in casa”, ossia alimenti preparati con tutte le attenzioni, come noi faremmo per i nostri cari. Questa aspettativa è legittima ed implica da parte del microimprenditore una nuova consapevolezza e un salto culturale. La consapevolezza che una piccola parte della salute dei nostri clienti dipende da noi. Sapere che ci assumiamo e abbiamo una responsabilità oggettiva verso la salute di tutti.

2) Il rapporto con l’Autorità sanitaria.

La possibilità di avviare una microimpresa domestica in Italia è subordinata ad un rapporto chiaro e trasparente con l’Autorità sanitaria pubblica (Regioni e Aziende sanitarie locali). Questo è possibile laddove vi sia una corretta applicazione del Regolamento CE 852/2004, Allegato II, Capitolo III, come più volte ho detto e sottolineato in questo blog. È possibile, soprattutto, se si superano interpretazioni fumose e ambigue come quelle che si possono trovare anche nella rete da parte delle stesse autorità sanitarie.

L’atteggiamento che continuiamo a riscontrare da parte delle AA.SS.LL. è di ritrosia, di diffidenza verso il cittadino che vuole regolarmente produrre alimenti fatti in casa, e il timore di non poter controllare adeguatamente una simile produzione che avviene in una abitazione privata.

Il lavoro che stiamo portanto avanti con l’Associazione Cucina Nostra mira a stabilire una collaborazione con le ASL e le Regioni, insistendo sul punto che entrambi i soggetti – Autorità sanitaria e microimprenditore domestico – condividono un comune interesse ed obiettivo: la salute e la sicurezza alimentare dei cittadini.

Aggiungerei di più. Autorità sanitarie e microimprenditori domestici possono essere efficaci alleati nell’introdurre nelle case in modo diretto (i produttori) e in modo indiretto (i consumatori) una nuova cultura della sicurezza alimentare in ambito domestico. Dunque, è far maturare questa nuova consapevolezza ed alleanza, che può portare a superare un atteggiamento fino ad oggi resistente all’avvio di microimprese domestiche nel settore alimentare in Italia.

Questa azione verso l’Autorità sanitaria non va però improvvisata e lasciata al singolo che si candida a diventare microimprenditore. L’iniziativa individuale va supportata con un’azione collettiva e strumenti professionali e competenze che consentano di cooperare sul piano dell’applicazione delle norme con i funzionari delle Aziende Sanitarie e delle Regioni.

3) La sostenibilità della microimpresa.

Riprendo un tema a cui ho accennato più volte negli articoli apparsi sul blog. Oggi maggiormente d’attualità visto che avviare un’iniziativa imprenditoriale in un contesto di profonda crisi economica, significa assumere e portare avanti una grande sfida.

Questo, però, è solo un lato della medaglia. Siamo in un momento di profonda trasformazione della società, dell’economia, dei rapporti sociali.

Quello che mi ripeto sempre quando cammino per strada e mi accorgo di quanti esercizi commerciali e imprese chiudono, è che non bisogna vedere solo quello che si chiude, ma anche cosa di nuovo si apre.

È finita l’era in cui la produzione e il commercio, così come venivano impostati e realizzati, soddisfacevano le esigenze delle persone. Queste modalità non corrispondono più alle attuali attese e bisogni sociali, e alle nuove forme di produzione e commercio introdotte dalle tecnologie con quella che viene definita rivoluzione informatica. Fenomeno quest’ultimo che sta cambiando radicalmente i nostri stili di vita e, dunque, anche i nostri bisogni e il nostro modo di soddisfarli.

Penso, perciò, che intraprendere oggi non sia un salto nel buio, ma un salto in avanti. Sono convinta, infatti, che c’è una grande potenzialità nella produzione e vendita di alimenti “fatti in casa”. Un mercato latente che, a tutt’oggi, non ha offerte formali e che, per questo motivo, resta sotto traccia e invisibile, ma che può emergere alla luce del sole adottando adeguati comportamenti.

È qui che s’innesta una riflessione sulla sostenibilità della microimpresa domestica.

È fondamentale per chi si candida a diventare microimprenditore, valutare preliminarmente tutti gli aspetti che connotano una start-up. Benché le previsioni e i preventivi siano delle ipotesi, farli in una fase preliminare all’avvio dell’attività produttiva, basandoli su dati di realtà, contribuisce a impostare in termini sostenibili la propria iniziativa imprenditoriale.

A questo proposito, penso si debbano arricchire i parametri su cui, finora, si fondano gli studi di fattibilità e gli strumenti che si utilizzano, come ad esempio il business plan. Accanto ai dati sul regime fiscale più opportuno, o ai dati per delineare il mercato potenziale, andranno introdotti elementi come: la collaborazione tra microimprenditori, la condivisione di strategie per rendere sostenibile le microimprese sul mercato.

Mi rendo conto che questi ultimi due elementi entrano in forte contraddizione con una logica di mercato rigorosa, che vuole che la possibilità di stare sul mercato per un’impresa, sia determinata dalla sua capacità di battere i suoi diretti concorrenti, ma è proprio perché siamo dentro a un grande processo di trasformazione socio-economica che occorre rivedere i propri schemi mentali.

Dunque, dal mio punto di vista occorrerà imparare a coniugare concorrenza con cooperazione e collaborazione, ritornando magari ad esplorare uno dei significati del termine “concorrenza”, ossia: convergere, incontrarsi in un punto.

4) Piccoli passi verso i risultati.

Il realismo mi sembra una delle caratteristiche che dovrebbe avere la scelta di avviare una microimpresa domestica. Si tratta di fare la propria piccola parte, assumendola in quanto tale.

In questo clima diffuso di sfiducia e di crisi economica generalizzata, è importante avere degli obiettivi commisurati ai passi che riusciamo a fare come singoli, ma anche in funzione del contesto in cui dobbiamo lavorare.

È realistico allora pensare che dovremo darci degli obiettivi raggiungibili, sostenibili e perseguibili facendo dei piccoli passi.

Non pensiamo di arrivare in poco tempo a vendere molto, a vendere subito. Pensiamo di individuare una quantità di prodotti da offrire al mercato commisurati con la nostra soggettiva capacità di produzione (penso, per esempio, a chi vuole produrre in casa ricavandosi dei ritagli di tempo compatibili con i tempi della famiglia); con la reale possibilità di venderli, dopo avere individuato un gruppo di potenziali clienti; con la reale possibilità di conciliare regime fiscale e investimento iniziale con i ricavi attesi.

La grande sfida per il microimprenditore sta nell’agire in piccolo, e nel guardare lontano. Se la scelta è consapevole, non improvvisata, ma costruita con realismo e verificata giorno per giorno, tutto questo si può fare!“.

 

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